Venezuela 2026: La caduta di Maduro e il ritorno della Dottrina Monroe
Caracas, 3 Gennaio 2026. Questa data rimarrà impressa nella memoria collettiva come un giorno di euforia visiva. Le immagini di Nicolás Maduro in manette, scortato dai militari statunitensi, hanno soddisfatto un desiderio di giustizia accumulato in anni di dittatura.
Secondo i dati dell’UNHCR , i venezuelani costretti a lasciare il paese sono quasi 7,9 milioni. Torture, detenzioni arbitrarie e violenze sessuali sono pratiche sistemiche documentate, non episodi isolati. Il World Food Programme (WFP) descrive da anni milioni di persone in bisogno urgente e livelli elevati di insicurezza alimentare. Nessuno versa una lacrima per la fine di un regime che ha trasformato una delle nazioni più prospere del Sud America in un collasso umanitario sistematico.
Maduro e il chavismo hanno affamato il Venezuela, e la loro caduta va festeggiata. Tuttavia, quando un evento è così cinematografico, l’obbligo è guardare a fondo.
Liberazione o riassetto proprietario?
Se sovrapponiamo la retorica della “liberazione” alla realtà fattuale, emerge una frattura profonda. Più che di fronte a una restituzione democratica sembra di assistere ad un’operazione di riassetto proprietario. Le motivazioni ufficiali per la cattura di Maduro non reggono alla prova dei fatti e appaiono, purtroppo, del tutto slegate dal destino democratico del Venezuela.
Il primo segnale in questa direzione è l’esclusione dei leader dell’opposizione democratica dalla catena di comando. Il 28 luglio 2024 Edmundo González, sostenuto da Maria Corina Machado, ha vinto le elezioni nel paese. La prova non venne dalle istituzioni corrotte, ma da una rete capillare di cittadini che rischiarono la vita per fotografare e digitalizzare i verbali elettorali (actas) di oltre 30.000 seggi. Il margine di González era così ampio che, sul piano statistico, era impossibile ribaltarlo senza lasciare impronte numeriche evidenti.
La gestione Trump: il paese come “Distressed Property”
Donald Trump, nel lanciare l’operazione, non ha coordinato nulla con l’opposizione democratica. Anzi, ha liquidato la Machado — insignita del Premio Nobel per la Pace 2025 — come una figura che “non ha il sostegno all’interno del paese”. Dall’Air Force One, Trump ha semplicemente dichiarato: “We are going to run it”, gestiremo noi il Venezuela.
Non “aiuteremo”, non “sosterremo”, non “faciliteremo”. Lo gestiremo. È il verbo che un CEO usa quando rileva un’azienda mal gestita. Non si usa per descrivere la liberazione di un popolo; si usa per descrivere il controllo di una proprietà. È un linguaggio che non suona come una transizione democratica guidata da civili, ma più come il raggiungimento di una stabilità nuova, negoziata inevitabilmente con segmenti dell’apparato.
In questo senso si può interpretare — secondo alcune fonti diplomatiche — il canale aperto tra il segretario di Stato Marco Rubio e Delcy Rodríguez, ex vicepresidente e oggi figura chiave dell’apparato chavista residuo. Ripulito il regime dalla figura di Maduro, questi segmenti dell’apparato garantirebbero il flusso del greggio senza l’incognita di una vera transizione civile. L’approccio è transazionale. Il Venezuela viene trattato come una distressed property pignorata dalla banca per cattiva gestione, per ristrutturarla secondo i diktat del nuovo proprietario. Trump parla apertamente di far entrare le grandi compagnie petrolifere statunitensi per “riparare le infrastrutture” e “riprendere il nostro petrolio”.
La Dottrina Monroe 2.0
Siamo di fronte al ritorno esplicito della Dottrina Monroe, aggiornata al 2026. Nel 1823, James Monroe dichiarò l’emisfero occidentale ‘zona d’influenza’ degli Stati Uniti. Ma fu Theodore Roosevelt, nel 1904, a trasformare quella dottrina difensiva in licenza interventista.
Con il suo ‘Corollario’, Washington si investì del diritto di intervenire militarmente nei paesi latinoamericani per ‘mantenere l’ordine’ e proteggere gli interessi statunitensi. Per oltre un secolo, gli Stati Uniti hanno usato quella logica per giustificare invasioni e colpi di Stato. Ora Trump la riattiva senza maschere: l’America Latina è il “cortile di casa” che deve essere sgomberato dalle influenze esterne (Cina, Russia, Iran).
La reazione internazionale e il precedente pericoloso
In America Latina il messaggio è stato recepito come un “avvertimento”. Governi di tutto il continente – dal Messico di Claudia Sheinbaum al Brasile di Lula – hanno condannato l’azione come ritorno dell’interventismo. Persino paesi tradizionalmente allineati con Washington hanno espresso “grave preoccupazione”. Non è un caso isolato: mentre Trump piomba a Caracas, rilancia contemporaneamente sull’acquisto della Groenlandia e minaccia di riprendere il controllo del Canale di Panama. Sempre la stessa grammatica: Stati sovrani trattati come asset da acquisire.
Russia e Cina hanno condannato l’azione definendola una violazione della sovranità. La faccia tosta di Mosca è vomitevole quanto prevedibile, ma Xi Jinping evidentemente prende nota per Taiwan. Il danno strategico della mossa di Trump è rappresentato dai termini che pone sul tavolo, spazzando via anche solo l’apparenza del diritto internazionale.
Conclusioni: Un futuro libero, ma per chi?
Sostituire un autoritarismo locale con quello che rischia di configurarsi come un protettorato imperiale delegittima l’idea stessa di democrazia agli occhi del mondo. Se la “libertà” arriva sotto forma di un’operazione così, si avvalora la tesi più pericolosa: la democrazia non come valore universale ma slogan di una fazione.
Maduro in manette è una vittoria, e va riconosciuta senza esitazioni. Per milioni di venezuelani è la fine di una paura quotidiana. Ma fermarsi a questo sarebbe miope. Quello che va indagato è il fine ultimo di Trump. Non lo fa per la democrazia, né per la lotta alla droga (il Venezuela non è la causa dell’epidemia di fentanyl). Rimane il fine utilitaristico: il dominio su quello che considera il suo emisfero e l’accaparramento di risorse.
Il Venezuela è libero da Maduro. Ma è libero per chi? Che messaggio fa arrivare Trump al resto del mondo?