L’apertura dei registri fondiari segna la fine politica della Soluzione a Due Stati
Dopo il 7 Ottobre è stato tutto un combattere i deliri di una certa parte politica che osava paragonare la Resistenza italiana ai tagliagole di Hamas. È stata dura scontrarsi con la tribù che negava l’orrore di quel pogrom e lo reinterpretava in nome della “contestualizzazione” degli eventi. È purtroppo evidente che la parte filo-israeliana non è da meno quando si tratta di tribalismo cieco.
Partiamo dai fatti crudi. Pochi giorni fa, domenica 8 febbraio 2026, il Gabinetto di Sicurezza israeliano ha approvato il pacchetto di riforme denominato asetticamente “Sovereignty & Normalization”. Dietro il lessico burocratico si nasconde un terremoto legale: il provvedimento permette di abrogare unilateralmente la Legge Giordana n. 40 del 1953 (che vietava la vendita di terre a stranieri) e, fatto ancora più grave, desecreta i registri catastali della Cisgiordania. In sintesi, abbiamo davanti il piano per rendere fisicamente impossibile la nascita di uno stato palestinese ha smesso di essere una strategia politica occulta. È diventata ingegneria amministrativa alla luce del sole.
L’ANATOMIA DELL’ANNESSIONE
(O la fine della finzione di Oslo)
Per capire la gravità tellurica di quanto accaduto, bisogna mappare il labirinto in cui milioni di persone sono rimaste intrappolate per trent’anni. Fino a “ieri” (prima della svolta del 2026), la Cisgiordania si reggeva sulla finzione temporanea degli Accordi di Oslo (1993-1995), che avevano frammentato la terra in tre gironi infernali:
- Area A (18%): Le città palestinesi (Ramallah, Nablus). Controllo teorico dell’ANP, ma permeabile alle incursioni notturne dell’IDF.
- Area B (22%): I villaggi rurali. Controllo civile palestinese, sicurezza israeliana. Un limbo amministrativo.
- Area C (60%): Il vero bottino. Pieno controllo israeliano. Qui vivono 300.000 palestinesi sotto legge militare e oltre mezzo milione di coloni israeliani sotto legge civile.
Questa architettura si reggeva su un caos normativo deliberato: Codice Ottomano del 1858, ordini militari, leggi giordane. Un sistema ibrido che ha generato un ciclo di violenza strutturale. La tesi “moderata” era che l’occupazione fosse un cuscinetto di sicurezza temporaneo. Con la legge dell’8 febbraio, Israele ammette implicitamente che non c’è nulla di temporaneo. Non sta risolvendo il labirinto: sta abbattendo i muri per intestarsi l’edificio.
LA PRIVATIZZAZIONE DELL’OCCUPAZIONE
(Il meccanismo tecnico)
La cancellazione delle restrizioni giordane e l’apertura del “Tabu” (il registro fondiario) ribaltano il paradigma: assistiamo alla privatizzazione dell’occupazione. Fino al 2025, espandere un insediamento richiedeva firme di generali e decisioni politiche esposte alla critica internazionale. Da oggi, diventa una transazione di mercato. Immaginate la scena: una holding immobiliare di Tel Aviv non deve più chiedere il permesso all’Amministrazione Civile. Le basta accedere al database catastale ora digitale, individuare un terreno palestinese il cui proprietario risulta “assente” o indebitato, e procedere all’acquisto. Senza passare per il filtro militare. Senza il vaglio della politica. Senza che l’ONU possa condannare una “decisione governativa”, perché formalmente si tratta di un contratto tra privati.
Bezalel Smotrich, l’architetto di questa manovra, ha ottenuto con la penna ciò che i falchi non avevano ottenuto con i fucili. Ha realizzato il suo “Piano Decisivo” del 2017: rendere la presenza ebraica in Giudea e Samaria irreversibile, gestita non dai militari (temporanei), ma dai notai (permanenti). La mappa non cambia con una linea rossa su un trattato. Cambia con delibere amministrative.
L’IPOCRISIA DELLA “NORMALIZZAZIONE”
(Follow the Money)
L’obiezione standard è pronta: “Se un arabo può comprare casa a Haifa, perché un ebreo non può comprare a Nablus? Vietarlo è antisemitismo.” È l’argomento perfetto per nascondere l’elefante nella stanza: l’asimmetria di sovranità. Quando un arabo compra a Haifa, accetta la legge israeliana. Quando un colono compra in Area C sfruttando le nuove norme, si porta dietro la sovranità dello Stato. Quel terreno diventa un’enclave legale israeliana extraterritoriale. Il vicino palestinese resta soggetto alla corte marziale; il nuovo proprietario israeliano risponde al tribunale civile di Gerusalemme. Non è libero mercato. È annessione camuffata da rogito.
E chi paga? Non il singolo colono.
- Le Non-Profit USA: Organizzazioni come la Central Fund of Israel (NY) usano lo status 501(c)(3) per rendere le donazioni deducibili dalle tasse. Il contribuente americano sussidia l’acquisto di Hebron senza saperlo.
- Il JNF (Keren Kayemeth): Enti parastatali che agiscono come veicoli finanziari per l’acquisto strategico di terre, ora liberi dai vincoli della legge giordana.
La conseguenza umana è l’effetto “Pelle di Leopardo”. Il villaggio palestinese si sveglia circondato non da zone militari, ma da proprietà private recintate. Senza spazio per espandersi, la comunità soffoca. È una pulizia etnica burocratica: non ti caccio via con i fucili, ti rendo impossibile restare con le carte bollate.
CONCLUSIONE: IL TRADIMENTO DELLA PROMESSA
C’è un punto in cui la Realpolitik crolla e resta solo la vergogna. Dopo il 7 Ottobre, molti di noi avevano accettato — con dolore — la narrazione del “male minore”. Avevamo concesso a Israele il credito morale di una guerra brutale ma necessaria per la sicurezza, per estirpare il cancro di Hamas. Le misure dell’8 febbraio 2026 invalidano retroattivamente quel credito. Non riguardano Gaza. Non rispondono a missili. Sono una ristrutturazione amministrativa volta all’annessione. Se la sicurezza diventa il pretesto per un’integrazione permanente e irreversibile, allora la distinzione tra difesa e progetto imperiale scompare.
Avevano ragione i cinici? Smotrich conferma che l’obiettivo non è mai stato solo proteggere i kibbutz del sud, ma colonizzare le colline dell’est. L’Europa oggi condanna. Ma se le condanne non diventano sanzioni, restano complicità. La Convenzione di Ginevra (art. 49) è cristallina: “La Potenza occupante non potrà procedere alla deportazione o al trasferimento di una parte della sua propria popolazione civile nel territorio da essa occupato”.
Se accettiamo che questa regola venga cancellata con un tratto di penna alla Knesset, allora smettiamola di parlare di “regole”. Accettiamo di essere tornati alla legge della giungla, dove chi è più forte si prende la terra, e chi è più debole sparisce.